Una donna spezzata.

“E’ più facile morire di niente che di dolore, al dolore ci si può ribellare, al niente no.”

Questo è un libro che abita con me, nella mia casa da quando sono nata, sempre nello stesso posto nella grossa libreria davanti alla mia camera e che io ho sempre guardato come un libro sciocco, piccolo verde, sgualcito, tra i Sellerio scuri e altisonanti.
Il nome della sua autrice me lo porto dietro da un po’, in uno di quei cassetti involontari che più della memoria devono essere del cuore o dell’anima. Me lo porto dietro un po’ per caso, scritto su uno di quei libri che il mio papà mi portava d’estate al mare e che io vedevo come idoli profumati di smog, preziosi pezzi di città polverosa e deserta che strappavano la monotonia della villeggiatura in paese.

E ora è tornato. Quando un mio amico mi ha proposto di leggerlo insieme, l’ho preso come un segno e con un po’ d’arroganza ho pensato potesse essere un modo leggero per distrarsi dallo studio e dai pensieri e invece mi ha sorpreso.

È una lettera di una nonna a sua nipote che più che da nonna le ha fatto da madre quando la sua, accartocciata in  problemi più grandi di lei, è inciampata in una morte casuale e improvvisa. Quando, dunque, Olga si preparava a vivere la sua tranquilla vecchiaia, le è capitata la vita –come si dice- mentre pianificava dell’altro. Una vita che l’ha portata a ringiovanire a diventare di nuovo mamma e ad essere di nuovo abbandonata da una figlia-nipote troppo esigente, irrequieta, partita per cercare il senso della sua giovinezza in un altro continente, in America, la terra dei sogni.

Allora –si chiede Olga- dove ho sbagliato ancora? Il libro che leggiamo è la risposta.
In questo turbinio di parole e ricordi, Olga ci trasporta in un passato pericolosamente vicino in cui la religione era un dovere cui adempiere senza farsi troppe domande, così come il matrimonio e la maternità. Un mondo in cui canticchiare a tavola valeva i rimproveri delle madri superiore o uno schiaffo da quello che dicevano essere tuo padre, ma che per quanto ne sapevi era solo l’uomo che tua madre aveva sposato. Un mondo in cui si doveva lottare per andare in un liceo classico e se si chiedeva di fare l’Università, anche se si aveva la fortuna di essere ricchi, era quasi sempre una battaglia persa in partenza se la richiesta era posta da una donna che l’inutilità di quel desiderio se lo portava scritto sulla pelle: è donna, perché non si sposa?

La lunga storia della sua vita senza veli, il racconto di colpe e meriti, amore, tradimenti, rinunce, passioni. Che solo ad una cosa mi ha fatto pensare: è –come direbbe qualcun altro- la storia di una donna spezzata prima di tutto dal punto di vista culturale, un intellettuale mancata che con la forza di paragoni con fornelli e lavatrici ci parla del fondo nero della sua anima.

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