Piombo, ingiustizia, sangue e polvere: un candidato al Premio Strega

Scrivo sapendo che non sarò mai totalmente pronta a parlare di “Città sommersa” che sin dalla prima pagina ha parlato alle corde più intime della mia mente, del mio cuore e della mia ambizione. Scrivo di un libro che non mi è sembrato tale. Scrivo di una scrittrice che è stata mia amica e che quasi più delle persone della mia vita ha saputo dar voce a sentimenti profondi, ma soprattutto, per me, incomunicabili.
Per la prima volta in tutta la mia breve vita di lettrice ho sentito di star leggendo una lunga lettera di un’amica alle prese con la vita, con i miei stessi valori, le mie stesse paure a tratti persino le mie stesse sensazioni. Quelle che non sai spiegare e poi all’improvviso prendono una forma chiara e semplice nelle parole di qualcun altro.
Un libro fatto di sentimenti e parole difficili.
Il senso d’attaccamento a un padre nel fatidico attimo in cui scopri che ha avuto una vita prima di te, che è stato bambino ed ha avuto la tua stessa età in un mondo appartenuto ad un’altra epoca, ad un’altra generazione.
La fatica di una vita votata alla ricerca della verità senza alcun secondo fine, solo perché di verità si tratta.
Il momento in cui scopri che il tuo Paese non lotta per la giustizia.
La tua città che sboccia in primavera sormontata da un cielo pulito, le sue strade percorse centinaia di volte illuminate di sera dalle luci albicocca di case e negozi. Quella città, quelle strade, quei negozi sono esistite prima di te, hanno intravisto storie passate e tra di loro serpeggia la consapevolezza che se grattassi solo un po’ la superficie di un presente tranquillo ti si mostrerebbero incontrate di piombo, ingiustizia, sangue e polvere: il passato dei nostri genitori che non è poi così lontano.
Un libro molto complicato per chi lo legge con la consapevolezza che certe macchie non si lavano e certe vite sono finite senza aver avuto il tempo o la soddisfazione di aver vissuto in un mondo giusto.

“Gli scogli su cui ci arrampicavamo a riposare in mezzo al mare quando ero stanca dopo aver nuotato troppo, la consistenza soffice e viscida della alghe tallofite sotto i piedi quando arrivavo a toccare. Lo sciabordio mesmerico dell’acqua.”

Una scrittura che scivola per 294 pagine, dritta fino alla fine, quasi senza che la lettrice (o il lettore!) se ne accorga. Marta Barone parla la lingua dei migliori narratori: quella dei genitori che raccontano le storie ai bambini la sera. A volte però -sembra dirci tra le righe- certe storie fanno troppa paura e troppo si aspetta per raccontarle, fino a che non si può più e allora tocca a loro, ai figli, cercare di ricostruire la trama di racconti difficili quando l’unica persona che poteva dargli un senso non c’è più.
Un modo di narrare semplice, ma con qualcosa di speciale: le parole scorrono una dietro l’altra avvolgendo la mente di chi legge e poi, all’imporvviso, il tessuto piano del discorso di strappa in una parola preziosa, difficile, non sai nemmeno cosa voglia dire, non l’hai mai sentita e il fatto che sia lì da sola, unica incomprensibile ti spinge a cercare, a capire perché abbia dovuto usare proprio quella parola e non un’altra, l’intutito si fa aguzzo e la curiosità solletica: non si è lasciata andare alla banalità e non lo farai nemmeno tu, tu che l’hai notato e ne esci più ricco.

E tutto questo è solo sulla superficie della voragine che Marta Barone ha scavato, indagandola, col suo libro.
Curiosi?

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