Una partita a scacchi contro la morte e la bestialità: il Decameron

Di certo il titolo non è incoraggiante: insomma, perché leggere l’ennesimo riassunto del Decameron? Sul serio?
Ma, lettore, ti chiedo un po’ di fiducia: arriva fino in fondo e forse il Decameron e il suo autore, vissuto nel lontano Trecento, non ti sembreranno più così lontani. Sì, perché in questo periodo d’incertezza, le domande che ci facciamo non devono essere molto diverse da quelle che si sarà posto il poeta.
Cosa fare se il mondo, così come lo conosciamo, cambiasse all’improvviso? Se le persone che abbiamo incontrato, a cui vogliamo bene, conoscenti, amici, parenti sparissero? Se la vita stessa, i desideri che la animano, le virtù che la disciplinano, le conoscenze e i rapporti che l’arricchiscono andassero in frantumi? Se l’unica certezza fosse di essere vivo e di poter, per questo, morire? Deve esserselo chiesto anche Boccaccio all’indomani della peste del 1348, dopo che sotto i suoi occhi era avvenuta un’apocalisse: un’epidemia rovinosa che aveva logorato l’Europa ed era infine giunta a distruggere, svuotandole, Firenze e l’Italia. Una calamità che aveva mietuto milioni di vittime, aveva sfigurato il volto di un continente, lasciando pochi sopravvissuti in un mondo di uomini che non erano più tali. La peste aveva seminato paura che si era trasformata in un terrore folle in coloro che ne erano stati testimoni, talmente minati nell’animo da considerare il proprio prossimo, non più un compagno di sventura o un alleato contro la morte, ma un nemico capace di infettare e uccidere. Non aveva, dunque, solo ucciso molti uomini, ma anche la loro umanità. La situazione non era molto distante da quella attuale, dal terrore che si insinua silenzioso tra noi oggi. Un terrore generato non più da una malattia che deturpa all’esterno, ma da un morbo subdolo che genera una paura e un destino invisibile, che non si sfoga nel panico, che lavora dentro e, infine, uccide.
Noi abbiamo continuato le nostre vite guardando il pericolo da lontano, finché il pericolo non è stato vicino, appena fuori le nostre finestre e sono diventati giorni complicati questi, in cui è difficile anche solo capire come
sentirsi. La sensazione è quella di trovarsi in un film, di quelli che passano alla TV di notte, un po’ scadenti e dal gusto apocalittico. Tanto che adesso che la crisi è uscita dallo schermo ed è diventata reale, sembra ridicolo crederci. Ho scoperto che è una sensazione diffusa questa. Quando era ancora tutto abbastanza distante parlavo con i miei amici, scherzavamo ancora tutti da vicino, ci guardavamo, finché uno di noi, più coraggioso degli altri, non dava corpo a quello che gli altri non riuscivano o non volevano dire: abbiamo paura. Adesso ne abbiamo ancora di più e in gran parte ci deriva proprio dal non capire se possiamo abbandonarci alle nostre tensioni oppure se facendolo i nostri simili ci guarderebbero come pazzi. Ci dicono cosa fare, ma neppure ora abbiamo certezze. Spaventarsi è concesso, ma non entrare nel panico. Uscire è concesso, ma è anche vietato. Stare in casa è fortemente consigliato, dicono, ma chi esce per ragioni non strettamente legate ad esigenze lavorative o a generi di sopravvivenza è multabile e perseguibile. E chi resta a casa si sente un prigioniero o un esagerato. Ma perché? Forse è la libertà che ci tolgono e questo ci sconvolge, mi sono detta. La libertà di uscire senza una ragione, solo perché è primavera- per essere romantici. Una libertà che qualcun’altro ha conquistato per noi e che per questo, come spesso accade, abbiamo dato per scontata finché non ci è stata tolta. Ma non basta.
Di fatto anche noi, come Boccaccio, ci chiediamo come si possa continuare a vivere in un mondo così. Prostrato, ferito, svuotato, impaurito.
Una risposta in parte ce la siamo data: ritrovandoci esseri umani e generando modi creativi per esserlo. Se ci chiuderanno dentro le case, noi ci parleremo con la musica. Se ci impediranno di toccarci, noi allungheremo le mani dai balconi, ci guarderemo, sconosciuti, desiderando abbracciarci e riusciremo a sorriderci da lontano. Se ci chiederanno aiuto per salvare questa nostra terra stanca, piena di musica e gratitudine, noi risponderemo come Boccaccio che rispose ad un mondo in rovina che implorava di tornare a vivere, nell’unico modo che conosceva: scrivendo. E scrisse il Decameron. Un’opera modernissima che nasce sotto il segno di Amore, Storia e Vita. Temi che da già da soli potevano -e possono- ribaltare il terrore di allora, come quello di oggi. Ribaltare l’odio con l’amore, opporre all’oblio che genera morte, il ricordo della storia, di chi siamo stati, cosa abbiamo passato e come siamo sopravvissuti per vivere qui, oggi. Rispondere alla distruzione con la creatività, alla disperazione con la letteratura. Boccaccio aveva capito che su un mondo d’orrore era possibile costruire una nuova realtà: un inno alla vita dell’uomo in tutta la sua contraddittorietà, che cade e sa rialzarsi in modi sempre diversi, senza scordare di esser caduto, di essere una creatura che ride, piange, sbaglia, ama, si ammala, guarisce, alla fine muore, ma avendo vissuto.
Leggete il Decameron così, come una lettera di speranza scritta all’umanità perduta degli uomini. Leggetelo per riempire questi giorni vuoti e dopo, come mi ha insegnato Eco, leggetelo di nascosto, a scuola, sotto il banco, con la voglia di girare pagina più forte della paura di essere scoperti: forse lo amerete come me.

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